Palazzi storici di Napoli

Il Palazzo Partanna e la sua storia…

E’ uno dei palazzi storici del centro antico di Napoli già palazzo Coscia su ciò che resta dell’antico casamento Cocozza.Oggi è uno splendido immobile rinnovato egregiamente dall’architetto cavalier aurato Mario Gioffredo (1718-1785) all’epoca appena ventottenne e alla sua prima prova importante.

Con DONATELLA e NUNZIA a Napoli 29 Nov.2015 099

Attualmente e a partire dagli anni Novanta del Novecento, il primo piano del palazzo ospita l’Unione degli Industriali della Provincia di Napoli.
Mentre invece, i locali all’angolo del suo fianco destro, hanno ospitato fino a prima dell’era fascista napoletana, il negozio Knight, che, assieme al negozio Lotto O, al rione Amedeo rappresenta una delle prime soluzioni Liberty per immobili ad uso commerciale.
Gravemente danneggiato dalle bombe del 4 agosto del 1943 l’inizio dei lavori di costruzione è fissata con data sul plinto della colonna di sinistra del portale del palazzo. Anche conosciuto come il palazzo Partanna dal nome della duchessa di Floridia Lucia Migliaccio, vedova Partanna Benedetto Maria Grifeo, nonché moglie morganatica di Ferdinando IV di Borbone che lo donò a quest’ultima nel breve tempo che il Ministero di Guerra e di Marina che dentro ebbe i suoi uffici per dodici anni, fosse trasferito a palazzo San Giacomo in piazza Municipio.
Il Palazzo Partanna chiude il lato occidentale di piazza dei Martiri ad un passo più a sud della scomparsa porta sul limitare di Via Chiaia,una desrizione della sua collocazione la troviamo descritta di seguito: ”Ed ovvero, il manufatto antico si trova in un’area un tempo su di una quota più alta rispetto a quella attuale, da cui si potevano ammirare, con le facciate di palazzo Calabritto molto più contenute le forme, seppur ancor primitive del Lungomare di Via Caracciolo, la Villa Comunale nella versione del Medinacoeli il pendio boscoso alle Mortelle sopra i Quartieri Spagnoli a ridosso dell’antico borgo della Cavallerizza. Fu sede del Ministero di Guerra e di Marina per regio Decreto del 15 aprile del 1812. Esiste un dato incerto che afferma che nella costruzione della nobile residenza fosse coinvolto anche l’architetto Domenico Antonio Vaccaro. E’ più certo invece che la stessa facciata del palazzo abbia subito una sostanziale modifica scenica ottenuta grazie a particolari accorgimenti che il Gioffredo adotterà anche per il vicinissimo palazzo Cavalcanti ed il palazzo Casacalenda in piazza San Domenico Maggiore a Spaccanapoli, oltre a completare il suo capolavoro nel portale di marmo bianco sulla facciata bruna di piperno di palazzo Orsini a via Monteoliveto”.
Successivamente la struttura fu riordinata dall’architetto Antonio Niccolini negli anni in cui il maestro provvedette alla sistemazione della Villa Floridiana al Vomero e il Teatro del Fondo di Separazione, nonché il portico e la facciata del Teatro di San Carlo.-“Le vicende storiche del palazzo iniziano al suo acquisto,quando era conosciuto come il palazzo Cocozza da parte del duca Baldassarre Coscia per conto del cardinal Nicolò suo fratello, riparatosi in città per sfuggire alle turpi storie del patriziato cardinalizio dell’antica Roma. Alla morte del cardinale, il fratello Baldassrre venne in possesso dello stabile nel quale continuerà ad abitarci fino al giorno della sua morte sopraggiunta il 17 agosto del 1779, sepolto nella Cappella dei Nobili dello Spirito Santo. Col figlio Raffaele Coscia inizierà declino del potere di questa nobile famiglia ed i debiti finiranno per prevalere sui crediti, spingendo gli eredi a vendere pezzo dopo pezzo il palazzo, occupandone per sé solo il piano matto un tempo abitato da i servi sull’ala meridionale del palazzo. Nel 1808, il duca Raffaele, uno alla volta cederà tutti e tredici i locali di cui era stata suddivisa l’antica dimora napoletana, assegnati ai suoi maggiori creditori, fino a perdere nel 1811 anche l’appartamentino che occupava con la famiglia.- Interessante allo studio del documento, la scoperta di un condotto sotterraneo si dice per ”per conducere le immondezze al mare” una specie di condotto fognario scavato è presumibile per esser poi lasciato affluire al gran chiavicone uno dei primi nomi dati all’attuale superficie chiamata Chiatamone. La fogna è tutt’ora esistente e sbuca effettivamente a mare all’altezza di piazza Vittoria.”
Oggi il portale dell’ingresso come da disegno fatto su cartone fu sottoscritto dagli architetti Gioffredo, Domenico Dragone e Francesco Antonio Gandolfo.

“Gli architetti, alla maniera del Michelangelo Buonarroti, posero in opera due colonne di marmo di Massa Carrara, ognuna delle due di un solo pezzo unico a Corpo di Vipera, di ordine e capitello ionico e la grossa zoccolatura in pietra dolce tufacea di Pozzuoli e l’architrave col fregio e cornicione. Non esiste più oggi la balaustra sopra il balcone di realizzata da Antonio di Lucca in marmo bianco pur’essa di Carrara ,sostituita da ringhiere di ferro.Giuseppe Scarola decorò a stucco la cappella di palazzo che oggi non esiste più, ammirabile per esservi stato realizzato al suo interno un altare di marmo nero d’Africano Fiorito. Gli appartamenti al piano nobile a cui si accedeva per mezzo di una scala posta ad angolo del palazzo, aveva il soffitto dipinto a guazzo, ritraente il Trionfo di Giuditta eseguita da Antonio e Giovanni Sarnelli 1749. Al termine della sala che può ben dirsi galleria, v’è la saletta pentagonale, forse lo studio del Duca munito di camino e cimasa di marmo con figura in mezzo ritraente L’Inverno. Il secondo piano corrispondente per molta della sua estensione planimetrica al piano inferiore è descritto nelle guide storiche napoletane solo come tutta figurata. I pavimenti di tutti e due i piani erano coperti di riggiole e tutti e due i piani erano collegati tra loro da una scala segreta. Ed ancora entrambe gli appartamenti primo e secondo piano erano serviti da due logge poste a salti di quota differenti tra loro. La loggia più piccola corrispondente al secondo piano del palazzo era utilizzata dalla servitù. I corridoi del palazzo specie quello corrispondente alla linea urbana di vico Alabardieri era impreziosito da bussole finte in corrispondenza di quelle vere, tutte munite di mostre e dietromostre. Tre cucine, due al piano terra con sala in sottosuolo a mo’ di magazzino merci ed una terza nel sottotetto con vasca. Le attuali botteghe che insediano il piano a terra su piazza dei Martiri corrispondono alle scuderie Coscia, grandi abbastanza da farci stare quaranta cavalli, le pagliare e le sellerie ed in posizione decentrata due pozzi per l’approvvigionamento d’acqua.”

Notizie tratte da :http://www.storiacity.it/guide/633-palazzo-partanna-a-napoli.

 

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Luoghi turistici

Castello Aragonese di Baia…

Il Castello Aragonese sorge a Baia, frazione di Bacoli, ed è situato in un’area di notevole importanza strategica, fu eretto su di un promontorio (51 m s.l.m.) naturalmente difeso ad est da un alto dirupo tufaceo a picco sul mare, e ad ovest dalla profonda depressione data dalle caldere di due vulcani chiamati “Fondi di Baia” (facenti parte dei Campi Flegrei); con l’aggiunta di mura fossati e ponti levatoi, il castello risultava praticamente inespugnabile. La sua posizione – dalla quale si dominava tutto il Golfo di Pozzuoli fino a Procida, Ischia e Cuma – consentiva un controllo molto ampio della zona, impedendo tanto l’avvicinamento di flotte nemiche, quanto eventuali sbarchi di truppe che avessero voluto marciare su Napoli con una azione di sorpresa alle spalle.In epoca romana la collina era occupata da un complesso residenziale, forse la “villa di Cesare” (Tacito afferma che la villa di Cesare si trovava su di un’altura dominante il golfo di Baia), i cui resti furono distrutti e talora inglobati nell’attuale fortezza. Strutture superstiti della villa sono visibili intorno ad essa lungo la costa e a terra presso il campo sportivo, mentre altre sono state individuate recentemente e messe in luce nel corso dei lavori di restauro delle parti più alte del castello (torre Cavaliere) e più in basso lungo le sue scarpate a mare, a seguito del loro diserbo.La costruzione del castello fu avviata dagli Aragonesi – insieme a numerose altre fortificazioni nel Regno di Napoli – nel 1495, poco prima dell’invasione dei francesi di re Carlo VIII. Per la progettazione del sistema difensivo e delle singole fortezze, il re Alfonso II d’Aragona si servì della consulenza di Francesco di Giorgio Martini, architetto senese, rinomato per le nuove tecniche e le soluzioni da lui applicate a difese militari.Dopo l’eruzione del Monte Nuovo, nel generale programma di difesa delle coste dalle incursioni saracene e turche, il viceré spagnolo Pedro Álvarez de Toledo avviò una radicale ristrutturazione ed ampliamento del castello (1538-1550), in seguito alle quali esso assunse il suo aspetto attuale, a forma di stella. L’edificio mantenne la sua funzione di fortezza militare nel periodo del vicereame spagnolo (1503-1707), del dominio austriaco (1707-1734), ed infine del regno borbonico (1734-1860).Gravemente danneggiato nella guerra che contrappose gli austriaci ai Borbone (1734), fu restaurato ed ulteriormente fortificato dal re Carlo III di Borbone.Durante la Repubblica Partenopea (1799) una flotta inglese tentò, ma inutilmente, di strapparlo ai francesi ed ai repubblicani napoletani che lo presidiavano.Dopo l’unità d’Italia (1860), per il castello subentrò un periodo di lenta decadenza e di inesorabile abbandono. Considerato, infatti, non più utile a scopi militari, il castello passò nel 1887 sotto l’amministrazione di vari ministeri: prima quello della Marina, poi degli Interni, ed infine della Difesa.Nel 1927 lo Stato ne dispose la concessione – con diritto di godimento perpetuo – al Reale orfanotrofio militare. Per questa nuova destinazione d’uso negli anni 19271930 vi furono eseguiti numerosi lavori di ristrutturazione che inevitabilmente comportarono aggiunte ed alterazioni.

Durante la seconda guerra mondiale il castello fu utilizzato come carcere militare e come soggiorno per prigionieri di guerra.L’orfanotrofio militare rimase fino al 1975, anno in cui l’ente fu sciolto. Passato quindi alla Regione Campania, in occasione del terremoto dell’Irpinia del 1980 il castello venne occupato parzialmente per alcuni anni da famiglie terremotate.Nel 1984 è stato definitivamente consegnato alla Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta perché diventasse sede del Museo archeologico dei Campi Flegrei.Per la sua posizione centrale relativamente ai principali siti archeologici dei Campi Flegrei (in prossimità delle Terme di Baia e a metà strada fra Cuma e Pozzuoli) visibili dalle terrazze e dai bastioni, il castello di Baia è stato scelto come sede del Museo archeologico dei Campi Flegrei.-Per la sua posizione l’area di Baia fu individuata come luogo ideale per gli otia dell’aristocrazia romana e degli imperatori, che vi costruirono ville sontuose. Oggi il Castello aragonese, sede del Museo Archeologico dei Campi Flegrei, espone documenti eccezionali da Baia, Miseno, Bacoli: l’imponente “Sacello degli Augustali” di Miseno, ricostruito con la sua decorazione architettonica e scultorea; il complesso delle sculture del Ninfeo di Punta Epitaffio, ritrovato nel corso di uno scavo subacqueo.  La raccolta dei “gessi di Baia”, centinaia di frammenti di calchi eseguiti direttamente sulle più celebri sculture greche dell’età classica, e adoperati, tra il I e il Per la sua posizione l’area di Baia fu individuata come luogo ideale per gli otia dell’aristocrazia romana e degli imperatori, che vi costruirono ville sontuose.

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Il Castello aragonese, sede del Museo Archeologico dei Campi Flegrei, espone documenti eccezionali da Baia, Miseno, Bacoli: l’imponente “Sacello degli Augustali” di Miseno, ricostruito con la sua decorazione architettonica e scultorea; il complesso delle sculture del Ninfeo di Punta Epitaffio, ritrovato nel corso di uno scavo subacqueo.  La raccolta dei “gessi di Baia”, centinaia di frammenti di calchi eseguiti direttamente sulle più celebri sculture greche dell’età classica, e adoperati, tra il I e il II secolo d.C., come modelli per la realizzazione di copie marmoree destinate a decorare ville e edifici pubblici. Esso prevede la progressiva esposizione topografica dei più significativi reperti rinvenuti nei siti archeologici dell’area flegrea. Le poche sale finora attivate riguardano: il Sacello degli Augustali di Miseno; i gessi rinvenuti alle terme di Baia; il Ninfeo di Punta Epitaffio a Baia.

 

Vicende Storiche

Degas, l’impressionista napoletano

Il banchiere parigino Hilaire De Gas, nonno del celebre Edgar, si trasferì a Napoli in seguito agli stravolgimenti della rivoluzione francese. Egli acquistò palazzo Pignatelli di Monteleone a Calata Trinità Maggiore n.53, d’angolo con piazza del Gesù. I napoletani, equivocando sul cognome, presero subito a chiamarlo “o’ palazzo d’o’ gas”. A Napoli nacque il figlio Auguste.

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Una lapide esterna al palazzo ricorda i soggiorni del celebre pittore impressionista francese Edgar Degas (1834-1917), figlio di Auguste. Edgar modificò in quel periodo il cognome De Gas in Degas.

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Edgar fu molte volte, soprattutto d’estate, anche nella dimora di campagna del nonno. Si tratta della settecentesca villa Paternò a San Rocco di Capodimonte, acquistata da Hilaire De Gas nel 1819. Passata agli eredi Degas, la villa, in condizioni piuttosto mediocri, venne affittata all’istituto di religiose “Rifugio Marciano per l’infanzia”. Nel 1929 fu poi rilevata dal medico Vincenzo Faggella e tuttora appartiene ai suoi discendenti.

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Nella casa di villeggiatura di San Rocco Edgar dipinse nel 1856-57 una veduta del vallone di San Rocco con castel ‘sullo sfondo (“Castel S.Elmo, Napoli, da Capodimonte”), opera conservata a Cambridge.

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Sempre nella villa di San Rocco Edgar ritrasse il nonno, all’epoca ottantasettenne. Si tratta di un olio su tela conservato nel Musée d’Orsay di Parigi e datato “Capodimonte 1857”.

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(“Degas – Hilaire de Gas” di Edgar Degas – repro from art book. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Degas_-_Hilaire_de_Gas.jpg#/media/File:Degas_-_Hilaire_de_Gas.jpg)

Segnaliamo questo articolo: http://piscinola.blogspot.it/2013/07/le-ballerine-di-degas-san-rocco.html

e questo libro: http://www.cleanedizioni.com/index.php?page=shop.product_details&flypage=flypage.tpl&product_id=118&category_id=16&option=com_virtuemart&Itemid=31&vmcchk=1&Itemid=105

Palazzi storici di Napoli

La grande storia di palazzo Mirelli di Teora

Palazzo Mirelli di Teora (già palazzo Barile di Caivano) si trova al n.66 della Riviera di Chiaia, quasi arrivati alla Torretta. Fu iniziato nel primo ‘600 per volontà del duca di Caivano, segretario del regno, sotto la direzione Cosimo Fanzago, ma rimase incompiuto. Passato ai principi di Teora, fu completato nel 1703 dal Sanfelice che aggiunse in particolare la scala aperta e le decorazioni (ma le belle statue seicentesche erano già andate perdute). Nel 1713 vi morì lo scrittore e filosofo inglese A. Shaftesbury: giunto a Napoli solo due anni prima, volle che il suo cuore fosse seppellito nel giardino del palazzo mentre la sua salma tornò in patria. Successivamente, l’edificio passò all’ambasciatore asburgico, il conte von Kaunitz-Rietberg, il quale affidò a Carlo Vanvitelli il restauro del palazzo in occasione del gran ballo che vi si svolse per festeggiare le nozze tra Ferdinando IV e Maria Carolina nel 1768; nel 1770 vi suonò, probabilmente, Mozart. In seguito l’edificio fu dato in affitto all’ambasciatore del Marocco. Nel 1860, ospite del marchese Nunziante, lo zar Alessandro II sposò qui, in matrimonio morganatico, la cognata del marchese, Luisa Vulcano, principessa di Dolgoronky. Oggi è un palazzo privato, con vari negozi sulla strada, non molto rispettosi peraltro dell’antica storia dell’edificio; fa eccezione “La cantina di Triunfo”. Ospita un B&B. Il portale è sorretto da due colonne provenienti dal tempio di Serapide (Macellum) di Pozzuoli. Al piano nobile vi sono degli ambienti affrescati. Particolare il “portalino” sul lato di via Arco Mirelli, parzialmente interrato per l’aumento di livello della strada. Il palazzo ha dato il nome alla salita dell’Arco Mirelli, proprio perché un tempo c’era un arco che sormontava la via a partire da palazzo Mirelli.

Attualità

Napoli di Passione

Ci sono posti in cui vai

una volta sola e ti basta

E poi c’è …. Napoli.

Questa è la celebre fase pronunciata dal regista e attore di origini italo-americane John Turturro all’inizio del film-documentario “Passione”, una sequenza di 15 brani più o meno celebri della tradizione canora napoletana antica e moderna uscita nel 2010.

L’introduzione di Turturro: https://vimeo.com/86256877

Quello che mi ha colpito da subito delle parole di Turturro è, apparentemente, solo una sfumatura ma che racchiude una grande verità: Turturro non dice banalità come “e poi ci sono città in cui torneresti mille volte” oppure “e invece ci sono città da cui non andresti più via” ma dice semplicemente “e poi c’è Napoli” ad indicare un unicum assoluto, una città non ascrivibile a nessuna categoria, un luogo che difficilmente si può accorpare o paragonare ad altri, completamente a sé. La si può amare, oppure odiare, o anche amare e odiare allo stesso tempo, ma certo Napoli non lascia indifferenti. Del film poi si può anche discutere, sulla scelta delle canzoni, degli interpreti, delle ambientazioni, certamente, ma io penso che quelle parole introduttive pronunciate da un Turturro che sia affaccia da S.Martino, con il Vesuvio e e la città alle spalle, valgono in assoluto.

La versione integrale del film: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-7c6b14c7-1b90-4fbf-bb2f-d441f414620b-cinema.html

Il trailer del film:

https://www.youtube.com/watch?v=kfZEEs-gWLc

Orlando Catalano per ConosciAmo Napoli e la Campania

 

Luoghi turistici

La Torre del Palasciano al Moiariello (Capodimonte)

La turrita villa del Palasciano si trova al civico 53 di Salita Moiariello e rappresenta un riferimento ben visibile da molti punti della città, non tanto perché alta quanto perché edificata alla sommità della collina di Miradois. La villa fu realizzata nel secondo ‘800 per Ferdinando Palasciano su di un fondo agricolo a sua volta parte delle “case Cotugno”, proprietà appunto in precedenza del celebre medico Domenico Cotugno. Una struttura risalente al secondo ‘700 fu modificata nel 1868 da A.Cipolla, con un gusto medievale eclettico: la torre si ispira al fiorentino Palazzo della Signoria. In realtà la costruzione comprende vari corpi di fabbrica, piuttosto eterogenei tra loro. Il Palasciano (Capua 1815-1891), chirurgo militare, fu condannato ad un anno di carcere per aver curato i feriti dello schieramento nemico durante i moti del 1848: la dichiarazione sulla vicenda che egli fece ad un convegno internazionale fu poi alla base della Convenzione di Ginevra che dette vita alla Croce Rossa (1864). La villa divenne un centro culturale ed un cippo nel giardino del 1868 ricorda incisi i nomi delle illustri personalità che la frequentarono. Vuole inoltre la leggenda che il Palasciano non abbia mai lasciato la villa e che il suo fantasma si aggiri ancora per il Moiariello. Nell’edificio abitò successivamente l’artista F.Cifariello che nel 1905 fu accusato di un celebre “delitto d’onore” per aver ucciso la moglie in una pensione di Posillipo. Oggi la villa ospita abitazioni private e il B&B Torre di Rò.

Luoghi turistici

L’acquedotto vanvitelliano di Valle di Maddaloni

L’imponente acquedotto-ponte ideato da Luigi Vanvitelli fu edificato per portare l’acqua dalle sorgenti del Fizzo alla Reggia di Caserta e alle sue grandiose fontane. Mirabile opera tecnica, si trova in località Valle di Maddanoni (Ce)

(Ecco il luogo esatto dell’Aquedotto lungo la Strada Statale 7: https://www.google.it/maps/place/Acquedotto+Carolino/@41.0589515,14.401295,15z/data=!4m2!3m1!1s0x0:0x7d4e93f097e60779)

L’intero Acquedotto Carolino, con i suoi 38 km di percorso e i suoi 67 torrini, è Sito Patrimonio dell’Umanità UNESCO dal 1997, insieme al Parco Reale di Caserta e al complesso di San Leucio.

Ecco un file PDF scaricabile da Wikipedia: Acquedotto Carolino

Ecco alcuni links (http://www.casertamusica.com/rubriche/speciale/Ponti_della_Valle_Maddaloni_e_Acquedotto_Carolino/Ponti_della_Valle_Maddaloni_Acquedotto_Carolino.asp).

Ecco un bel video (https://www.youtube.com/watch?v=SOX0ChNjxb0).

Opere d'arte

Il guerriero nel chiostro di S.Eligio Maggiore

Su una parete tra la sagrestia e il chiostro grande della chiesa di Sant’Eligio Maggiore al Mercato si conserva un bassorilievo ritraente il busto di guerriero. La scritta riporta il nome di Andrea Carafa conte di Sanseverino, il condottiero divenuto fra il 1523 e il 1526 luogotenente generale del Regno di Napoli, in sostituzione temporanea del viceré Carlo di Lannoy. Forse il personaggio si allaccia al racconto di tale Antonello Carafa (secondo altre versioni Antonello Caracciolo), che fu punito con la morte dalla figlia del re, Isabella d’Aragona, per i suoi soprusi ad una ragazza e la cui “capuzzella” è immortalata nell’arco dell’orologio di S.Eligio.

 

 

Luoghi turistici

L’Orto Botanico di Napoli

Il Real Orto Botanico di Napoli si trova in via Foria, tra via Tenore e piazza Carlo III. Appartiene alla Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell’Università Federico II, che qui ospita l’istituto di Botanica, la sezione sperimentale per le piante officinali e il museo di Paleobotanica ed Etnobotanica. Quest’istituzione nacque nel 1807 come Real Orto Botanico (ROB), con decreto di Giuseppe Bonaparte, su terreni appartenuti al vicino convento di S. Maria della Pace e all’ospedale della Cava. Peraltro l’opera era già stata ideata da Ferdinando IV di Borbone ed era stata anche già scelta la sede. Il primo architetto fu G. De Fazio, autore della facciata (uniformata stilisticamente all’Albergo dei Poveri), del viale principale perpendicolare all’ingresso, della “stufa temperata” per le piante esotiche (edificio attualmente denominato Serra Merola), e del viale che porta al cosiddetto castello. La parte inferiore dell’Orto e il completamento della facciata sono opera di G.M. Paoletti.

L’Orto fu inaugurato nel 1811 e sin dalle origini si distinse per la molteplicità delle funzioni e per la diversificazione del patrimonio vegetale. Il primo direttore, o meglio prefetto come veniva e viene tuttora denominato, fu Michele Tenore, medico e botanico cui è intitolata la strada che costeggia l’Orto salendo verso la chiesa di S. Maria degli Angeli alle Croci. Questi, coadiuvato dal capogiardiniere F. Dehnhardt, sviluppò ricerca e didattica, mettendo anche a coltivazione 9000 specie, tra cui piante medicinali ed esotiche. Nel 1818 fu aggiunta la “stufa calda”. Nel 1861 subentrò G. Gasparrini, che risistemò alcune porzioni in cattive condizioni come l’arboreto e l’agrumeto, creò una “valletta” per le piante alpine e costruì una nuova serra riscaldata in sostituzione della cosiddetta stufa calda. Seguirono altri direttori (tra cui F. Delpino) che tuttavia dovettero affrontare molte difficoltà economiche nonché il progetto di edificare di nuove sedi universitarie nell’area dell’Orto. Un parziale rilancio si ebbe con l’arrivo di F. Cavara nel 1906, che fece realizzare un’area per le piante succulente e una per le xerofite, istituì una stazione sperimentale per le piante officinali e diede il via alla costruzione della nuova sede dell’Istituto. L’opera fu continuata nel 1930 da B. Longo ma poi la guerra portò distruzioni e sottrazioni, accogliendo spesso rifugiati; alcune aree vennero messe a coltura a scopo alimentare mentre altre, durante l’Occupazione, furono utilizzate a scopo “militare” (la sede dell’istituto fu utilizzato come caserma, molte aree furono cementificate e usate come parcheggio dei mezzi alleati, fu creato un campo sportivo!). I direttori del dopoguerra cercarono di ripristinare l’Orto, arricchendo le strumentazioni agricole, aggiungendo alla serra riscaldata un corpo avanzato con una grande vasca, trasformando la “valletta” nell’attuale filiceto. Il rilancio definitivo si ebbe con A. Merola a partire dal 1963. L’Orto divenne autonomo, le aree furono ridisposte, le coltivazioni furono arricchite (anche grazie ad alcune spedizioni botaniche guidate dal botanofilo L. Califano) e dotate di supporti didattici, vennero realizzate nuove serre (tra cui l’attuale Serra Califano, un complesso di serre dotato di sistemi di condizionamento termico e di umidificazione, e che ospita diverse collezioni), un impianto di riscaldamento e una rete idrica (fino ad allora l’acqua veniva attinta da un pozzo, raccolta nelle vasche e distribuita manualmente!). Il terremoto del 1980 colpì anche l’Orto, oltre che l’adiacente Albergo dei Poveri, che divenne di nuovo rifugio di senzatetto; gravi danni si ebbero al “castello”. Nel 1981 è subentrato come direttore P. De Luca, cui è toccata l’opera di ricostruzione. Gli edifici sono stati restaurati, la rete idrica è stata estesa all’intera area, nuovi esemplari sono stati acquistati o raccolti in natura. Le attività svolte attualmente dall’Orto riguardano, oltre la coltivazione e la presentazione a fini museologici delle collezioni e lo svolgimento di manifestazioni artistiche e culturali, principalmente la ricerca, la didattica e la conservazione di specie rare o minacciate di estinzione. L’Orto è aperto al pubblico dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 14, previo appuntamento telefonico. L’ingresso è gratuito e per gruppi e scolaresche è possibile ottenere una guida, anch’essa gratuita. La visita è molto gradevole in tutte le stagioni anche se, ovviamente, la primavera è il momento ideale; anche i colori autunnali sono comunque molto affascinanti. Nel periodo primaverile ed estivo l’Orto diventa location per spettacoli teatrali ed eventi per adulti e bambini.

La facciata principale dell’Orto di ampio respiro, in linea con la strada che costeggia per circa 200 m, appare soprelevata rispetto a via Foria di circa 5 m; nel 1870 fu anche presentato un progetto, mai realizzato, per ricavare in questo lungo muro 54 botteghe. Il muro, bugnato, termina in una balaustra in piperno arredata con bellissimi crateri neoclassici in terracotta contenenti piante di Fascicularia pitcairniifolia. Gli altri lati dell’Orto sono delimitati da via M. Tenore, che sale da via Foria, da via Veterinaria, posta dall’altro lato dell’Orto rispetto a via Foria, e dall’Albergo dei Poveri con gli altri edifici posti alle spalle di questo. La costruzione del terrapieno, che isola l’area verde rispetto al caos della zona, fu necessaria per ovviare alla pendenza del suolo. Il lato dell’Orto che dà via Foria e la porzione adiacente degli altri due lati offrono una vista sulla zona adiacente mentre dal resto del perimetro dell’Orto non si riesce a vedere granché. Recentemente restaurata, la facciata è interrotta a metà dall’accesso, mediante due rampe di scale scoperte. Queste conducono al viale principale, disposto perpendicolarmente e intitolato a D. Cirillo, che decorre tra l’Arboreto e l’edificio di Biologia Vegetale (completato nel 1936) e termina nell’area della macchia mediterranea dopo aver incrociato viale Tenore. Un altro viale più lungo e stretto, segue in parallelo via Foria ed è detto terrazza Carolina in onore dalla regina (oggi viale G.A. Pasquale): fino a poco dopo l’Unità quest’ultimo percorso rappresentò un gradevole passeggio (sebbene l’accesso fosse consentito solo nei giorni festivi ed esclusivamente alle persone vestite in maniera “decente”), con la possibilità di assistere anche a parate e altri eventi. L’orto ha un’estensione di 12 ha e ospita e quasi 25.000 esemplari appartenenti a più di 9000 specie vegetali. Comprende 18 aree espositive, 4 serre e le vasche per la coltivazione delle piante idrofite offrono ai visitatori uno spettacolo didattico di grande interesse. Gli esemplari raggruppati secondo criteri sistematici, ecologici ed etnobotanici.

La serra monumentale o serra Merola, inizialmente nota come “stufa temporata”, è una struttura rettangolare in muratura addossata alla parte settentrionale del muro di cinta e posizionata in asse con l’ingresso principale dell’Orto. La sua facciata presenta colonne doriche, separate da sette arcate con portelloni ruotanti; una trabeazione con metope e triglifi sormonta le colonne. Ospita in coltivazione numerose specie tropicali e subtropicali. Davanti a questa serra dei gradoni ospitano la vaseria. Il mangrovieto è stato realizzato all’interno di una nuova serra espositiva posta subito lateralmente alla serra Merola ed è dedicato all’area della laguna di Alvarado, nel Golfo del Messico. In un’ampia vasca sono coltivate le mangrovie ed altre specie acquatiche. Il Castello è una masseria risalente al ‘600, che fu inglobata nell’Orto al momento della fondazione, divenendo la prima sede dell’istituto di botanica per poi divenire sede di attività tecniche e amministrative e del Museo di Paleobotanica ed Etnobotanica. Si tratta di una graziosa struttura quadrangolare con quattro merlate angolari.

Nelle vasche sparse nell’area dell’Orto sono coltivate numerose specie idrofite, cioè che vivono in acqua dolce, distinguibili in quelle che vivono in terreni molto umidi, quelle ancorate al fondo degli specchi d’acqua e quelle galleggianti.

Nei viali dell’Orto si incontrano i busti di Michele Tenore (Napili, 1780-1861, botanico, direttore dell’Orto e autore della monumentale “Flora Napolitana”), Domenico Cirillo (Grumo Nevano 1739-Napoli 1799, medico, entomologo e botanico, tra i protagonisti della Repubblica Napoletana del 1799) e Guglielmo Gasparrini (Castelgrande 1803-Napoli 1866, botanico e micologo, direttore dell’Orto).

Luoghi turistici · Palazzi storici di Napoli

Il molo dell’Immacolatella e l’edificio della Deputazione alla Salute

Il piazzale del molo, dell’Immacolatella Vecchia.è nato dalla parziale colmatura, avvenuta alla fine degli anni ’30 del secolo scorso, dello specchio d’acqua del Molo Grande ma soprattutto del Molo Piccolo o Mandracchio (forse dallo spagnolo mandrache, darsena, ma forse dalle mandrie di animali da macello che vi sbarcavano), utilizzato per le attività commerciali ed il cui bacino interno fu completamente eliminato. Il Mandracchio era collegato al mare attraverso due imboccature scavalcate da ponti su cui correva la Strada Nuova (attuale via Marina). In effetti tutta la zona all’incrocio tra le attuali vie De Gasperi, Colombo (via Marittima fino al 1961) e Nuova Marina prendeva il nome di Mandracchio, così come lo slargo che si trova subito fuori il varco portuale “Immacolatella Vecchia”, con la bella chiesa di S.Maria di Portosalvo, l’obelisco dedicato alla restaurazione borbonica del 1799 e la cinquecentesca fontana della Maruzza. L’area, sede anche del demolito edificio della Dogana vecchia, era indicata come “abbascio Puorto”.

Sul piazzale si nota la settecentesca palazzina rococò dell’Immacolatella o, propriamente, della Deputazione della Salute, voluta da Carlo III con funzioni di governo delle attività portuali, nonché di giustizia e sanità. L’edificio fu progettato dal Vaccaro: di colore rosso pompeiano, di forma originariamente ottagonale, è caratterizzato dalla statua della Vergine (di piccole dimensioni, da cui Immacolatella) che svetta alla sommità, da stucchi e da altre sculture opera di F. Pagano. Attualmente la suggestiva palazzina, che dopo la dismissione negli anni ’70 è stata impiegata come alloggio per i graduati della Marina, non è utilizzata e richiede urgenti restauri (sembrerebbe essere destinata a diventare sede della compagnia di navigazione Tirrenia e non dell’ipotizzato, e ma mai realizzato, museo dell’emigrazione). In questo luogo avvenne nel 1799 l’uccisione da parte dei lazzari dei due fratelli filogiacobini Filomarino. Di qui partiva, fino agli anni ’70 del Novecento, una processione in cui un dipinto dell’Immacolata proveniente dalla chiesa di S.Maria di Portosalvo veniva portato su un barcone a mare. All’esterno dell’edificio due lapidi ricordano i 101 marinai e portuali periti in seguito all’affondamento in porto, da parte dei bombardieri Alleati, dell’incrociatore Attendolo (1942).

Palazzi storici di Napoli

Palazzo Moscati o dello Spagnuolo

Sito in via dei Vergini, fu costruito nel 1738 per volontà di N. Moscati marchese di Poppano, unificando due lotti adiacenti. Successivamente venne ceduto per debiti ai Mastrilli. Nel 1813 fu acquistato dal madrileno T. Atienza che aggiunse un piano e fece affrescare gli interni dei primi due, dipinti peraltro andati in rovina. L’edificio è passato tra vari proprietari ed ha anche subito i danni dei bombardamenti del ‘43. Oggi è parte del Comune, che dovrebbe ospitarvi il museo-laboratorio di Totò, e parte di privati. Recentemente restaurato, è il capolavoro del Sanfelice. Si caratterizza per la scala aperta a doppia rampa con cinque fornici, che separa l’ampio cortile anteriore dal piccolo cortile posteriore; il giardino postico è andato perso con la realizzazione di via M. Pagano (1870). Si segnalano il portale con decorazioni a volute che si raccordano al balcone del piano nobile, gli stucchi rococò e le lunette decorate su disegno di F. Attanasio con i busti della famiglia.